Le uova del vicino di casa: è vegano farne frittata?

L’immagine è una delle più idilliache, non si può negare:  un gruppo di galline libere e felici,  un giardinetto protetto dietro casa in campagna, la mano di una bambina che cerca le loro uova sotto la paglia per poi metterle delicatamente in un paniere, e poi la mamma o la nonna che utilizzano sapientemente queste uova per farne una torta o una frittata per il pranzo della domenica.

Difficile immaginare che ci sia qualcosa che non vada, o che si possa usare la parola “sfruttamento”.
Non per niente, soprattutto negli Stati Uniti, sta diventando sempre più popolare questo modo di allevare animali nel proprio cortile (Backyard chicken keeping, lo chiamano). Viene visto anche da molti animalisti come un processo etico, rispettoso degli animali, conveniente, eco-sostenibile. Molti vegetariani, ma anche alcuni vegani, considerano questo tipo di allevamento l’unico che offre garanzie di rispetto degli animali, e non giudicano quindi come problematico il consumo di uova derivate da questi allevamenti privati. Non tutti però la pensano così.
Vediamo i vari punti di vista. A voi il giudizio finale.

 

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Foto di Simona Roberti

 

L’etica delle uova  di galline ruspanti

Dal punto di vista animalista c’è poco da criticare in apparenza:  spesso queste galline in effetti vivono bene, libere, all’aperto e felici, amate e protette, ben curate e in salute.
Sicuramente stanno meglio loro delle galline allevate “a terra” o con il “metodo biologico” in certi allevamenti, dove sono libere solo di nome ma non di fatto, come ha mostrato l’investigazione dell’Associazione “Essere Animali” anche in Italia.
Se sono realmente libere di razzolare, se vengono tenute e mantenute fino alla loro morte naturale, se non sono stipate tutte insieme in poco spazio,  se sono curate quando stanno male, se non viene loro tirato precocemente il collo per diventare brodo e carne lessata (ma i SE cominciano ad essere tanti, ne converrete),  allora in effetti c’è poco da dire, a livello etico.  Godetevi gli ovetti in pace.
Detto questo, ci sono altre questioni molto poco etiche che emergono appena si razzola più in profondità…

farifrittata-dogalliFoto di Alessandra Dogali

 

Viene prima l’uovo, il pulcino maschio o la gallina?

Andiamo all’origine della questione, in tutti i sensi:  dove sono nate queste galline felici? Da chi sono state acquistate da pulcine?
Provate a chiederlo all’amico/vicino di casa/nonno che vi regala (o vende) queste uova così nostrane e senza crudeltà.
Molto probabilmente provengono da dove arrivano le stesse galline che finiscono negli allevamenti, e cioè da allevatori industriali (o amatoriali) di pulcini.

Queste galline, da piccole, saranno quindi state selezionate tra i pulcini più sani, dovranno essere per legge vaccinate, e non mostrare difetti morfologici (come le zampine rotte).
Un pò alla stregua degli allevatori di cani di razza, gli allevatori di pulcini hanno quindi bisogno di disporre di un grande numero di pulcine sane da poter vendere come future galline ovaiole.
Quando però si schiudono le uova (non sotto il tepore del corpo di mamma chioccia ma sotto le lampade di gigantesche incubatrici)  la metà dei pulcini che nasceranno saranno dei maschietti, e non tutte le pulcine saranno sane

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Cosa succede a questi pulcini maschi non richiesti?

Quanti galli  vi capita di vedere nei giardini/campi dove andate a prendere queste uova?
Solitamente nessuno,  o non certo un numero pari a quello delle galline femmine, altrimenti queste uova verrebbero fecondate e ne nascerebbero altri pulcini in continuazione.
Il detto popolare è che non ci possa essere più di un gallo per ogni pollaio, ma in realtà, come viene dimostrato ogni giorno  al Santuario di IPPOASI, a Pisa, che recupera galline e galli salvati dal macello,  più galli maschi possono coesistere insieme felicemente, se lo spazio per tutti è adeguato…

Gli spazi però, per quanto migliori delle realtà industriali, sono quasi sempre molto limitati anche in questi appezzamenti di terreno, è quindi gioco forza che per selezionare alla base le galline ovaiole più in salute, e solo le pulcine femmine, ogni anno – solo in Italia – vengono uccisi  30 MILIONI di pulcini maschi e di pulcine “difettose” dall’industria delle uova.

Ovviamente questi piccoli pulcini non ricevono alcun tipo di anestesia, nè possono mai provare, neppure per un secondo, il calore della loro madre chioccia. Verranno triturati vivi o gettati in enormi sacchi dello sporco, morendo soffocati o di fame, dopo atroci sofferenza (dato che nessuno li posa in questi sacchi uno ad uno, ma vi vengono gettati dall’alto, spesso spezzando loro le zampine e ferendoli).

Ci sarebbe poi da chiedersi dove finiscano le galline anziane, una volta che la loro produzione di uova finisca. Vengono tutte mantenute fino alla fine naturale della loro vita o viene loro tirato il collo?

Non si può sempre sostenere che questi tipi di allevamenti siano “cruelty-free”, senza crudeltà, senza sfruttamento, senza morte e dolore.
Per chi ha fatto una scelta etica vegana, è chiaro che questo tipo di allevamento/sfruttamento non può essere condivisibile o raccomandabile, a meno che non stia utilizzando uova di galline salvate dal macello e che potrà tenere in vita fino alla morte naturale…

Qualcuno però queste galline le ha prese da santuari o posti dove sono state salvate dal macello.  Vi è altro che rende queste uova molto meno appetitose di quello che sembrano?

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Foto di Elena Pelò

 

Gallina nostrana = Uovo sano ?

Le uova di queste galline ruspanti e allevate dall’amico o parente di turno hanno quel “non so che” di rustico, genuino, tradizionale, SANO.
Sono veramente uova più salutari delle altre?
La prima domanda da farsi anche qui è scoprire cosa mangino questi animali. Che siano ruspanti è una cosa, che mangino cibo salutare e biologico è un’altra. Molto spesso, anche a queste galline vengono dati i mangimi ricchi di soia OGM, pesticidi & company.
Gli stessi che vengono suggeriti anche agli allevamenti più grandi, per farle crescere e produrre sempre più uova, nella stessa logica del profitto degli allevatori industriali.
Provate a chiedere al vostro fornitore di fiducia o parente:   “Che mangimi vengono dati a queste galline?”

Vediamo per esempio il consiglio che viene dato loro dagli esperti di una “guida all’allevamento domestico“…

Se vogliamo ottenere un numero elevato di uova è molto importante somministrare un mangime adatto per galline ovaiole”.

E cioè?   “Mangimi ad alto contenuto proteico e arricchiti con mais e soia”.

Sappiamo bene che la soia data agli animali, a differenza della poca utilizzata per gli esseri umani,  è quasi sempre  un alimento geneticamente modificato.
Ma mettiamo che le galline che usiate voi siano frutto di pulcine nate con amore e covati dalla mamma, che i pulcini maschi siano stati tenuti e cresciuti come galli, che tutti loro restino vivi fino a quando la natura lo vorrà e che come mangime vengan loro dati solo avanzi di qualità o mangimi biologici.
Per cosa utilizzate queste uova, una volta arrivate a casa?

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Foto di Susanna Cavallo

 

L’utilizzo delle uova nostrane:  un circolo vizioso

Che le uova vengano da galline libere, galline salvate dal macello o da galline imprigionate negli allevamenti industriali, l’utilizzo che se ne fa è identico.
La maggior parte delle uova in Italia vengono utilizzate  per farne una frittata, o per fare dei dolci, o per impanare, per i tiramisù ecc.
A questo punto sorge spontanea la domanda: se un giorno in casa finiste queste uova,  se voleste fare la stessa torta, o la stessa frittata, cosa usereste?
In pratica, finchè manteniamo l’abitudine di cucinare con le uova, non impareremo mai quanto sia facile farne senza in cucina, e poi sarà gioco forza andare a comprare uova al supermercato, per fare gli stessi piatti a cui siamo abituate, e non ci penseremo due volte.
Non solo, anche ammesso facessimo con queste uova delle torte da dare ad amici, e non per mangiarle noi,  se  poi questi amici vi chiedessero la ricetta, o volessero una volta a casa farsi lo stesso piatto che gli avete preparato voi, scoprirebbero che nell’impasto è stato usato 1 uovo o 2, e gli servirebbe andare a comprarlo.
A loro  non importerebbe sapere da dove è arrivato quell’uovo.

Per rifare la vostra stessa ricetta, avrebbero bisogno di comprare uova al supermercato, e a loro volta non avrebbero così imparato che si possono fare torte e gelati anche senza uova, che si può impanare o fare frittate usando la farina di ceci, e che i semi di lino sostituiscono degnamente le uova nei plumcake e nei muffin.  Una doppia perdita, per tutti…

Se invece poi questi amici trovassero affascinante il vostro utilizzo di uova “nostrane” e volessero a loro volta cominciare ad allevare galline in giardino, o ad utilizzare uova di galline di allevatori privati nella loro zona, ecco che ripartirebbe il circolo vizioso.
Andrebbero a comprare le prime pulcine da allevatori industriali, contribuirebbero alla morte dei pulcini maschi e delle pulcine difettose, e si farebbero consigliare i mangimi proteici pieni di soia OGM, come fanno un pò tutti, e poi, senza alcun controllo, starebbe solo al loro buon cuore quello di tenere davvero queste galline realmente libere, al sicuro, felici e vive fino al termine della loro vita.
Qualcuno di loro poi, vista la potenzialità di reddito, potrebbe cercare di espandere il progetto, ed ecco come sono nati nei secoli gli allevamenti industriali di oggi.

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Foto di Ivana Villano

Insomma, i punti di vista sono tanti e dipende un po’ da cosa si vuole guardare.
Possiamo però concludere dicendo che delle uova possiamo fare beatamente a meno. Questo è l’unico dato di fatto chiaro su cui possiamo tutti esprimere accordo.
Ne possiamo fare a meno a tavola e ne possiamo fare a meno per la nostra salute.

Le donne e gli uomini vegani, che pur non consumando uova e altri cibi animali mostrano in sempre più studi una migliore salute rispetto agli onnivori, proprio nel campo delle malattie cardiovascolari e del diabete, ci stanno mandando un messaggio che va ascoltato.

In passato le uova non erano affatto consumate ai quantitativi di oggi. Sono sempre state considerate un cibo dei ricchi o delle feste. Anche chi le aveva in giardino spesso le considerava una moneta di scambio per ottenere merci ben più preziose, come un paio di scarpe o dei vestiti per scaldarsi.   Le ricette vegane di torte, farifrittate e cibi impanati senza uova non sono una novità culinaria e stravagante di oggi ma ci arrivano fin dai tempi dei Romani e del Medioevo, quando tra un digiuno religioso e la povertà del popolo, era normale farne a meno a tavola.
Queste ricette antiche ci mostrano quanto le uova NON siano insostituibili in cucina.

In conclusione?

Mentre le galline non hanno scelta, noi ne abbiamo una facilissima da fare: smettere di consumare uova.
Nel mostrare a tutti che non avete bisogno di uova per cucinare e nel non contribuire più a una cultura che rende trendy l’idea di sfruttare gli animali.

E a proposito di uova e di frittate.
Vi hanno fatto venire fame le frittate viste in questo articolo?
Erano TUTTE vegane.
Tutte fatte senza la minima traccia di uova o di strani ingredienti.

Come mai avranno fatto queste donne a fare una frittata senza uova?

Beh, se non sapete come cucinare frittate senza uova, eccovi una facile ricetta di FARIFRITTATA VEGANA, per due persone, dal ricettario dell’Arca (ora esaurito, solo disponibile su Etsy decorato a mano verso Natale).

E la foto seguente è proprio della farifrittata della ricetta!

 

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Ingredienti

10 cucchiai di farina di ceci
25 cucchiai di acqua frizzante
2 porri (la parte bianca)
2 cipollotti
1 cipolla rossa
300 g di funghi champignon o patate
Sale q.b.
Spezie (curcuma, curry, noce moscata)

1 cucchiaio circa di olio e.v.o.

Preparazione

Con una forchetta mescolate vigorosamente la farina di ceci con l’acqua, senza formare grumi. Unite le spezie e fate riposare il composto in frigo per almeno 3 ore (è il segreto perché venga più buona e soprattutto più digeribile). In una padella fate rosolare porri e cipolla tagliuzzati e poi aggiungetevi i funghi tagliati a fettine (o altro a scelta con cui solitamente facevate le vostre frittate: agretti, spinaci, patate già cotte/lesse, formaggio vegetale…).  Unite ora il composto di verdure alla pastella di ceci che avrete tolto dal frigo e aggiungete il sale.

Ungete una padella con l’olio e versate il tutto tenendolo a fiamma media per almeno 10 minuti e possibilmente con il coperchio. Staccate la farifrittata dal fondo aiutandovi con una paletta e rigiratela, cuocendo per altri dieci minuti o anche meno, fino a doratura.

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Buone farifrittata a tutte!

Le galline (e soprattutto i pulcini) ringraziano…

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